Alce Nero

Alce Nero, il biologico che si ribella

Piero Bevilacqua, Luca Fazio, Angelo Mastrandrea, Norma Rangeri, 21.12.2017

Intervista. Lucio Cavazzoni, il «contadino» visionario dell’azienda leader del bio, che è venuto a trovarci al manifesto. Biodistretti, cooperazione, grande distribuzione e sfida all’industria del cibo.

Seduti in cerchio con il «contadino» Lucio Cavazzoni è meglio restare con i piedi per terra. Il rischio è farsi prendere la mano da un discorso che affonda le radici in una rivoluzione millenaria che forse non ha ancora dato i suoi frutti migliori. L’agricoltura. Intesa come necessità di vivere in armonia con ciò che circonda l’uomo dalla notte dei tempi. Si può parlare di lombrichi e vino naturale ma anche di «circolarità» come elemento imprescindibile per cercare una sintonia con la forza dell’universo. La sua storia comincia negli anni Settanta e ci sarebbe tanto da dire anche su quel pezzo di generazione che scelse di ribellarsi inventandosi una nuova relazione con la terra. Quelli sono gli unici semi che non hanno ancora smesso di germogliare. La nascita del biologico in Italia è stata anche una questione politica, oggi di più. Lucio Cavazzoni potrebbe raccontare i suoi maestri, Gino Girolomoni, «è lui l’inventore del biologico», o Giorgio Celli, un padre spirituale, «dopo Rudolf Steiner è l’intellettuale che ha ragionato e si è battuto contro i danni della chimica in agricoltura». Potrebbe perdersi tra le pagine di un libro che gli ha cambiato la vita: Alce Nero parla di John G.Neihardt, la storia del grande capo sioux Black Elk, «un uomo che ha avuto un’intuizione straordinaria, vivere insieme a ciò che ci circonda…».

Ma Lucio Cavazzoni è anche il presidente di Alce Nero, azienda leader del biologico italiano, il marchio di oltre mille agricoltori, apicoltori e trasformatori biologici che dagli anni Settanta producono cibi buoni che rispettano la Terra (sono 14mila nel mondo). In vetrina, anche nella grande distribuzione, ci sono oltre 300 prodotti bio (pasta, riso, polpa di pomodoro, miele, bevande vegetali). Nel 2016 l’azienda ha fatturato 74 milioni di euro (erano 65 nel 2015) e per quest’anno se ne prevedono 85. Aumentano le vendite in Europa (+18%) e in Asia (+8%) e gli Stati Uniti saranno presto la nuova frontiera. Un’azienda che sta a suo agio nel mercato continuando a rispettare la sua vocazione, come quando sostiene attivamente la campagna di Amnesty International in favore dei diritti umani.

Torniamo alla terra. Oggi si parla tanto di Biodistretti, davvero potrebbe essere questa la chiave per valorizzare il modello del biologico «dal basso» che ridisegna la cultura dei territori?

Sarà davvero una gran cosa se si arriverà a normare questo concetto non solo territoriale per tutelare le produzioni biologiche. Il Biodistretto è un’entità amministrativa non definita, un luogo che definisce un territorio con caratteristiche omogenee improntate alla sostenibilità e con al centro l’agricoltura. Ma anche il turismo sostenibile e altre attività economiche non impattanti. Questo è un meccanismo che potrebbe mettere in moto cambiamenti molto importanti, l’obiettivo è straordinario. Una legge bellissima, come quella delle terre sottratte alla mafia per dare lavoro ai giovani.

Lei parla spesso della necessità di elaborare una nuova idea di cooperazione tra soggetti diversi tra loro. Può spiegare meglio questo concetto?

Mettendo tra parentesi il fatto che ci sono associazioni Coldiretti per non fare nomi che sono più potenti di un ministero, condizionano il sistema agricolo italiano e drenano la maggior parte delle risorse, c’è il tema della scomparsa della cooperazione. Il 60% delle produzioni agricole passa attraverso il mondo cooperativo ma questi soggetti non si riconoscono, quasi non lo sanno nemmeno. Siccome il biologico costringe a riconsiderare la relazione con l’ambiente, l’agricoltore stabilisce un rapporto collaborativo con tutto ciò che lo circonda. Significa doversi relazionare con il diverso, con gli animali che si allevano per esempio. Credo che il ‘900 sia stato il secolo della cooperazione tra simili, oggi il biologico deve attivare un’idea di collaborazione tra diversi attivando tutte le realtà presenti nella società. Il produttore biologico deve riuscire a trasformare il tessuto sociale in cui vive e lavora.

Questa è solo un’idea o un processo già in corso?

E un processo già avviato, ma rimane molto da fare, per questo il Biodistretto è fondamentale. Le aziende agricole virtuose restituiscono una relazione con la natura, recuperano la vocazione naturale di un territorio anche mettendo in relazioni specie diverse. Il vero biologico non quello che serve solo metterlo in bella evidenza su un’etichetta assume su di sé una dimensione di promozione sociale del territorio. Mette in moto relazioni e coscienze.

Dopodiché è vero che l’industria alimentare continua a monopolizzare il mercato, tanto più che oggi qualunque grande marchio si rivolge al consumatore vantando i suoi prodotti biologici.

Appunto. Barilla ha imposto l’uniformità di produzione del cibo più diffuso: produce il 35% della pasta, a me non sembra normale! In Germania ci sono tre fabbriche per la carne di maiale. Abbiamo perso il senso del cibo, il processo alimentare verticale non funziona, dobbiamo smetterla con l’industria alimentare. Il concetto chiave è il ritorno a una fabbrica diffusa sul territorio, per esempio non si possono chiudere tutti i piccoli allevamenti, ecco perché è necessaria una collaborazione tra soggetti diversi. Stiamo precipitando in una barbarie alimentare, anche la Coop dovrebbe uscire dalla logica del consumatore e cominciare a parlare di cittadini e non di consumatori.

Come fa il consumatore ad orientarsi in questa orgia di prodotti biologici disponibili sul mercato?

Il consumatore deve smettere di fare solo il consumatore, deve cercare di costruire una relazione con il produttore. Deve sforzarsi di sapere chi produce che cosa e con quali metodi, deve informarsi sulle storie, sui singoli prodotti, sui metodi di produzione.

La grande distribuzione ormai si è buttata sul biologico e i prezzi dei prodotti a marchio «bio» sono già diminuiti. Non è un problema per i piccoli produttori che non possono certo competere a certi prezzi con i colossi dell’alimentazione?

Il rischio c’è. La compressione dei prezzi è un problema, sono contro il biologico industriale, questo è il principale nemico dei piccoli produttori. La battaglia è aperta ma io sono ottimista e credo che in Italia si potrebbe presto passare dal 4 al 10% di prodotti biologici consumati. Lo dimostra anche lo straordinario successo dei mercatini biologici diffusi su tutto il territorio e anche nelle grandi città.

A proposito di rischi, cosa ne pensa dell’Europa che ha concesso una proroga di cinque anni all’erbicida glifosato?

Dopo l’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer, c’erano in ballo tre miliardi di euro. Al di là della sua potenziale cancerogenicità, il glifosato è anche un perturbatore endocrino per cui è pericoloso anche in piccole dosi. Ma diciamoci la verità: la maggioranza dei coltivatori europei vuole continuare ad utilizzarlo nei campi, italiani compresi.

Adesso poi sembra quasi che l’erbicida di Monsanto faccia bene alla salute…

È in corso una propaganda mai vista su tutti i mezzi di informazione. Ho letto l’intervento della
senatrice a vita Elena Cattaneo su Repubblica e sono rimasto sconcertato dal livello e dall’arroganza delle argomentazioni. Si sono spinti a dire che senza utilizzare il glifosato l’agricoltura tornerebbe indietro di cinquant’anni. Incredibile.

E le industrie della pasta che sono contrarie all’etichettatura sulla provenienza delle materie prime utilizzate?

E’ una porcheria essere contro l’etichettatura, come è possibile ostinarsi a nascondere la provenienza del grano?

Cosa ne pensa di Fico, il grande parco a tema dedicato al cibo appena aperto a Bologna dal suo amico Oscar Farinetti?

Che dire? Mi auguro che questo progetto riesca a declinare al meglio il grande tema della sostenibilità in agricoltura che poi significa anche costruire nuove relazioni tra persone. Fico forse soffre un po’ del fatto che per realizzarsi ha dovuto puntare sui grandi gruppi.

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